La rivoluzione femminile nel nostro secolo ha messo in
discussione e scardinato i canoni stessi del pensiero occidentale, ha
fatto emergere contraddizioni e anomalie di una società falsamente
democratica, di un sistema in cui un unico "soggetto" culturale
progredito, indifferenziato si autodefiniva universale. Al di fuori di
questo soggetto normalizzato occidentale, tutto era considerato anomalo,
di livello inferiore, talvolta "mostruoso".
La rivoluzione femminista ha pertanto avuto un ruolo
trainante, ha fatto emergere un concetto di democrazia vero in cui devono
trovare posto altre culture, altre razze, altre identità prima condannate
al silenzio. La donna in particolare, è uscita da una condizione in cui il
suo corpo, la sua vera natura era soggetta a troppe norme, divieti imposti
dall’altro sesso cui essa stessa aveva finito per aderire consapevolmente
o inconsapevolmente. Oggi ciò che più preme è scoprire il rapporto che
esiste tra natura delle donne e cultura intesa come norma imposta. Le
donne , per J.Batler , esistono solo in quanto hanno identificato un
linguaggio delle donne e lo hanno ripetuto così tanto da farlo diventare
naturale o meglio "naturale in modo fittizio". In un’opera dal titolo
"Questo sesso che non è sesso" la scrittrice L. Irigaray ha affermato che
la natura stessa delle donne è stata definita dagli uomini, suoi eterni
pedagoghi e maestri moralisti o immoralisti. Il testo era un invito a
riappropriarsi di una propria identità, di definire in modo autonomo la
propria vera natura, per quanto fosse possibile, di decostruire una
identità segnata da condizionamenti.
Ingeborg Bachmann fa dire ad un personaggio femminile
di una sua opera parole pregnanti a questo proposito, ossia di volere una
immagine di domma antagonista , " alternativa, vera, contrapposta ad un
clichè fittizio e imposto dall’alto".
Parole evidentemente che valgono per ogni essere umano,
affinchè cominci veramente "a parlare di se stesso".
In questa direzione acquistano allora una valenza
importante e significativa gli "Studi sulle donne" e la ridefinizione di
una identità di genere e sessuale, per affermare i canoni stessi di una
cultura democratica; si può essere uguali sul piano dei diritti ma diversi
sul piano della propria identità. La "ridefinizione della categoria di
gender spodesta gli uomini dell’"universale" e lascia il posto ad altre
soggettività" ( A.De Clementi). Iain Chambers pone l’accento su uno
"sguardo" ed un "sapere" da sempre dominanti nella cultura occidentale i
quali sono unicamente appartenuti ad un "uomo astratto", a valori astratti
apparentemente universali ( Iain Chambers, Il post-uomo: un corpo tra
genere e sesso).
In quest’ottica di un sapere astratto, di uno sguardo
per così dire "assente", la stessa sessualità maschile è spesso anch’essa
negata, rimossa , per presentarsi non come linguaggio particolare,
naturale, ma come linguaggio "culturale" in grado di spiegare tutto, di
spiegare, in modo arrogante, anche le donne alle donne.
L’idea è dunque quella di andare oltre questa gabbia ,
di mettere in questione una serie di rapporti, di identità di tipo
sessuale, ma non solo, identità di tipo etnico, culturale ecc,ecc.
La sessualità maschile per I Chambers è sempre una
specificità storicamente e culturalmente costruita che non può arrogare a
sé la presunzione di universalità , essere cioè misura universale delle
cose cui tutto si adegua.
Se essa diventa il segno astratto e perciò
universalmente valido dell’umanità, produce una perdita che non è solo
della donna ma è anche perdita del corpo sessuato da parte dell’uomo,
perdita di un rapporto tra corpo e linguaggio, tra "naturalità" stessa e
sua estrinsecazione, diventa in ultima analisi clichè di comportamenti
sessuali astratti e non autentici. L’uomo "astratto"cancella la donna ma
anche il proprio corpo, a lui non resta che un’unica via, cercare di
diventare post-uomo, cambiare immagine, creare un rapporto autentico con
il proprio corpo e uscire da sovrastrutture di potere e di sapere che sono
sempre costruzioni mutevoli.
La sessualità non è qualcosa di stabile, fisso,
eternamente definito, ma muta e si esprime nel tempo, qualcosa che
"accade" non qualcosa di già stabilito, chiuso ed immutabile .La
sessualità come direbbe Mchel Foucalt e J. Butler, " non è stabilita dalla
grammatica né dalle regole astratte di essere uomo o di essere donna ma è
un processo, una interrogazione dell’essere". Nel momento in cui il
linguaggio della sessualità parla, si esprime il desiderio scritto dal
corpo e sul corpo ci invita a viaggiare oltre gli stereotipi e i limiti
del rigido dualismo uomo-donna, per perdersi e ritrovarsi chi sa dove. Una
prospettiva interessante, che dà la possibilità di ripensare alle
questioni della sessualità, non più concepita in modo uniforme ed omogeneo
ma in termini di eterogeneità all’interno dello stesso genere sessuale ci
è offerta da M.Pustianaz. Egli si sofferma sul genere letterario della
fantascienza e rileva che le scrittrici donne, appropriandosi di questo
genere, hanno messo in gioco il problema della identità di genere e della
sessualità (Pustianaz, "Desiderare l’alieno: una prospettiva gay, anzi
queer onferenza 31 marzo 1998). In quest’ottica importanti sviluppi negli
ultimi decenni ha avuto il problema della identità di genere, anche da una
prospettiva gay, anzi queer.
Nel volume "Cultural Studies" è stato pubblicato un
saggio di D.Haraway molto interessante, in cui si definisce la
fantascienza come un "genere interessato alla erosione dei confini tra i
sé problematici e gli altri inaspettati ossia gli alieni, i diversi, gli
imprevedibili. La fantascienza infatti è un genere interessato non solo a
contrapporre due mondi, il sé e l’altro, ma anche al modo in cui questi
mondi sono confinanti e penetrano l’uno nell’altro. C’è tutta
l’esplorazione di mondi possibili, o la ricostruzione di possibili
cartografie di mondi "impossibili", la possibilità fantastica di
immaginare un imprevisto.
La fantascienza femminile, a partire dagli anni ’70,
trasforma la fantascienza classica da una lotta abbastanza banale tra
l’uomo e gli altri, ad un modo alternativo di rivedere la gerarchia fra sé
e l’alieno. Questo evidentemente porta ad aprire degli spazi di
immaginazione, all’interno dei quali accogliere la "differenza". L’oggetto
della fantascienza post-femminista non è tanto quella di riconoscere chi
siamo noi e chi sono gli altri, quale sia realmente la nostra natura, ma
anche quello di esaminare i punti di contatto tra i due mondi ossia quello
degli umani e quello degli "alieni". La fantascienza diventa in sostanza,
uno spazio di contestazione della identità di genere e non soltanto di
genere. Essa diventa un esercizio di produzione delle "differenze" ,
poiché deve sforzarsi di inventare degli imprevisti. La produzione di
differenze è un fatto centrale rispetto alle " relazioni di potere,
poiché sono proprio queste ultime che si traducono in produzioni di
differenze, che sono gerarchizzate, implicano cioè gerarchie in cui un
elemento è valorizzato e un altro è svalorizzato" ( M.Pustianaz,
"Desiderare l’alieno").
La fantascienza diventa dunque spazio di appropriazione
della possibilità di produrre "nuove" differenze, in cui il soggetto
marginalizzato diventa centrale. Ogni forma di narrazione ha un forte
legame con il desiderio e la fantascienza riorientata al femmunile,
sostituisce il desiderio maschile con il desiderio femminile o con altri
desideri. Samuel Delany, che scrive negli anni ’60, ha rilevato come la
fantascienza gay, lesbica e queer ha potuto inserirsi negli spazi che sono
stati aperti dalla fantascienza femminista, destabilizzando identità di
genere sessuale. Sulla problematica del genere maschile e femminile intesa
come costruzione culturale e non naturale sono importanti talune
considerazioni di S. Piccone Stella. Partendo dal concetto di genere e
dall’affermazione che il soggetto umano non è universale e monolitico ma
capace di accogliere dentro di sé la differenza, si ribadisce ancora
l’importanza di riconoscere altre identità, come quella omosessuale, che
ha il diritto di essere riconosciuta come orientamento sessuale(
S.P.Stella, "La
Problematica del genere"). Appare chiaro che la
dimensione della "differenza" nel concetto di genere è importante e
liberatoria e non è antitetica al concetto di uguaglianza . Il genere non
deve essere più un terreno nel quale si manifesta il potere, si fissa una
asimmetria tra i sessi, si crea una diseguaglianza di condizioni a
svantaggio della donna o di altri soggetti. Bisogna decostruire il
soggetto universale e monolitico maschile, cosa ancora oggi difficile,
capire cosa è realmente la mascolinità, cosa c’è di femminile negli
uomini, che essi hanno rimosso, per affermare la loro mascolinità. E’
utile anche studiare lo stereotipo mascile per quello che è, vedere ad
esempio, cosa è il gusto per il potere, per il comando , per il lavoro,
che fino a poco tempo fa erano essenzialmente prerogative maschili. Nella
costruzione della identità di genere sia maschile che femminile si parte
da un dato oggettivo, biologico, anatomico, naturale e ad esso si
aggiungono numerosi altri fattori che possono anche non avere alcun legame
con il dato naturale e biologico, possono essere costruzioni dovute a
condizionamenti sociali e culturali. Si tratta evidentemente, per ciascuna
donna ( ma anche per ciascun uomo), di stabilire il confine tra queste due
aree, il confine tra ciò che è natura e ciò che è cultura .
Il senso psicologico di appartenenza ad un sesso, è condizionato, ad
esempio, dagli eventi storici, sociali, relazionali. La sessualità e le
pulsioni di un individuo in molti casi non corrispondono neanch’esse né al
suo senso psicologico di appartenenza , né alla sua anatomia o naturalità
biologica. Si possono infatti, come è noto, avere spinte sessuali di
individui verso persone dello stesso sesso. Possiamo aggiungere a tutto
ciò il fatto che i ruoli e le funzioni sociali non dipendono neanch’esse
dal dato naturale e biologico ma sono soggetti a mutamenti e a
sovrastrutture di tipo culturale ( S. Argentieri: "Lingua madre e identità
di genere"). Anche l’uso metaforico del linguaggio, per definire ciò che è
maschile e ciò che è femminile, è un uso arbitrario, che nulla ha a che
fare con gli individui. Considerare che, ad esempio, la Luna è femminile e
il Sole è mascile non ha alcun fondamento oggettico ma è pura convenzione.
Da ciò scaturisce per le donne la domanda: che peso ha il dato naturale
nella costruzione della identità di genere? Il dato anatomico in alcuni
casi potrebbe contare anche molto poco, ma si possono ovviamente avere
opinioni diverse. C’è tutta la teoria femminista essenzialista che fa
riferimento ad un nucleo innato, ad "essenze2 che rimangono costanti,
qualità insite negli uomini come nelle donne, che scaturiscono da un
corredo biologico ed anatomico. La teoria femminista essenzialista sembra
ingabbiare le due identità di genere come in due scatole in maniera
astorica. La storia e la cultura cambiano incessantemente sia le qualità
maschili che femminili. Helene Cixous ha studiato il linguaggio femminile
constatando che non vi è conseguenzialità tra sesso femminile e genere
femminile. Da ciò la necessità di non pensare all’identità femminile in
termini rigidi di essenzialismo, con una sorta di ontologizzazione di una
essenza pura del femminile opposta ad una idea ontologica del maschile.
Ella fa un passo avanti rispetto alle teorie strutturaliste e si avvale
della lezione di Derrida e degli studi post-strutturalisti, dell’idea di
"differenza" come "differimento", come segno che sposta sempre verso
ulteriori significati, senza mai essere chiuso in un preciso significato.
Cixous porta alla luce quello che spesso viene dimenticato dalla
tradizione occidentale ossia il corpo. Il linguaggio del corpo è capace di
fare emergere tutte le contraddizioni insite nel codice e nella norma che
differenziando discrimina ed esclude. Nella storia delle donne la
differenza sessuale o anatomica è stata purtroppo stigmatizzata dal potere
maschile a suo vantaggio. Anche i dati che indicavano o sembravano
indicare delle differenze tra uomini e donne, venivano quasi sempre letti
come spia di una debolezza, fragilità o insicurezza delle donne. Mi
riferisco agli studi di sociolinguistica e di semiotica che hanno rilevato
qualità positive delle donne nell’uso delle tecniche linguistiche ed
espressive e che tuttavia sono state lette anch’esse in chiave
discriminante. Quando studiosi della ricerca dialettologica in Italia,
negli anni ’50 rilevarono che le donne erano più innovative degli uomini,
sia nella sonorizzazione che nell’emissione dei suoni, si affermò subito
dopo che ciò era dovuto a fattori anatomici, ossia alla loro debolezza
muscolare e articolatoria nella pronuncia dei fonemi ( Gianna marcato,
"Donne e linguaggio nella ricerca dialettologica"). L’immagine della donna
nella storia è dunque una immagine che non sempre rispecchia il corpo, la
sua "natura", molto spesso è una immagine stereotipata, costruita
culturalmente. Questa immagine è spesso proiezione dell’immaginario
maschile, è una immagine speculare di tutto "il negativo" insito, per così
dire, nell’universo stesso della mascolinità. Fin dal medioevo la donna ha
incarnato immagini peccaminose, fin dalla predicazione dei francescani è
stata simbolo della vanità, della seduzione, della falsità, dell’astuzia.
La Chiesa ha propagato a lungo una immagine negativa della donna,
addirittura misogina, pur indicando per essa modelli e valori di
riferimento come l’umiltà, la maternità, la passività, la castità ecc.
Nella letteratura religiosa maschile, soprattutto
monastica del Medioevo, la donna è spogliata di ogni umanità o ricchezza
psicologica: essa non è altro che "proiezione del desiderio colpevole
dell’uomo" (C.Frugoni, "La donna nelle immagini e la donna immaginata").
Nell’immaginario medievale la donna assume talvolta
anche l’immagine della donna serpente tentatore, della sirena-ondina, del
demonio stesso. L’immagine della donna nel mito incarna poi sempre una
passione amorosa forte e rovinosa ( Antigone, Didone, Arianna ecc.),
incarna ambiguità, pericolosità. Ecuba è immagine del mito delle madri il
cui grido è ignorato, così come Antigone è l’immagine di tutte le sorelle
che tra le macerie di una guerra cercano il loro fratello. La donna nel
mito è la samaritana, la grande madre, la meretrice, la incantatrice degli
abissi( R.Svandrlik, "Le figurazioni mitiche del femminile").
Nella paremiologia popolare, la donna risulta connotata
per lo più negativamente, in taluni casi in modo misogino. Appare ladra,
astuta, sciocca, volubile, inaffidabile. La donna incute paura, è cattiva,
chiassosa. Le qualità invece sono la pazienza, la parsimonia, la
laboriosità (T.Telmon,"La donna nella ricerca dialettologica"). Per le
donne si tratta evidentemente di disfare una tela di preconcetti, e
tesserne un’altra per se stesse. Una tessitura che deve partire dal
"discorso", dal linguaggio stesso. Il linguaggio deve recuperare il
passato nella sua vitalità ma soprattutto proiettarsi nel futuro inteso
come progettualità. Il linguaggio da una parte deve conformarsi ad un
ordine esistente ma dall’altro deve anche metterlo in crisi. Il linguaggio
è infatti comunicazione e come tale è azione, è potere e cultura ed
influisce sull’interlocutore. La storia delle donne e degli uomini è una
storia di relazioni e di influenze reciproche, anche se in esse un
"soggetto", quello maschile, ha prevalso in termini di potere e di
"sapere".
Oggi gli uomini e le donne devono entrambi ascoltare il
proprio corpo, essere soggettività in "divenire2, ascoltare i diversi modi
di essere uomo e i diversi modi di essere donna. Dopo aver entrambi
recuperato la "perdita2 della propria dimensione naturale, del proprio
corpo, devono decostruire una identità di genere cristallizzata nei
secoli, costruita da una vecchia cultura. Le donne e gli uomini devono
cercare di attingere alla dimensione del post-uomo e della post-donna. In
questa dimensione non c’è prevaricazione di un genere su di un altro ma
c’è relazione ed interscambio continuo, molteplicità di voci in cui
nessuna ha il diritto di esprimersi a nome di altre.