ALLE FRONDE DEI SALICI

ALLE FRONDE DEI SALICI

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

 

 

 

 

 

 

 

La  poesia è pubblicata per la prima volta nel 1945 sulla rivista “Uomo”,  poi inclusa in “Giorno dopo giorno” nel 1947. Si tratta di endecasillabi sciolti scanditi da accenti ritmici sulla quarta e sulla decima sillaba. L’andamento prosastico, il lessico semplice nella loro tensione etica tentano di definire il ruolo del poeta. Le immagini sono essenziali ma anche limpide nella loro drammaticità. L’incipit si apre con una domanda  retorica che fissa attraverso l’impossibilità ad agire il senso di umanità insito nel poeta, la sua funzione essenziale nel farsi portavoce della sofferenza dell’Uomo. L’andamento della lirica è prosastico , con  enjambements fortemente inarcati al quarto, quinto e sesto verso, in posizione mediana per dare rilievo alle parole semanticamente rilevanti e inerenti alla drammaticità della morte: l’urlo della madre cui hanno massacrato il figlio, il lamento indifeso e soffocato di un bambino come un belato di sabiana memoria.

La sinestesia al quinto verso intensifica in posizione di climax ascendente la triste rappresentazione di uno scenario di guerra. E’ uno spaccato di vite annientate dalla violenza, cui fa da rimando il macabro simbolismo delle cetre oscillanti come cadaveri privi di consistenza e in balia del vento. La tensione si stempera nell’explicit del componimento nel suono iterato delle liquide e delle sibilanti. Il componimento riprende il Salmo 136 della Bibbia, in cui si fa riferimento ad un momento della vicenda storica ed interiore del popolo ebraico che ridotto in schiavitù a Babilonia, smise di intonare canti a Dio e sospese le cetre ai rami dei salici. La relazione semantica tra i versi 6, 7, 8 e l’episodio biblico,  è data dalle parole voto e crocifisso, infatti rimandano entrambe alla sfera della religiosità. Le immagini di martirio ricorrono in questi stessi versi in cui la madre che va incontro al figlio crocifisso ricalca la tragedia della Crocifissione. L’utilizzo del termine  tecnico telegrafo nella sua concreta modernità amplifica la drammaticità della scena e la rende eterna. Nella lirica la sofferenza individuale diviene collettiva e il poeta si fa testimone di una pluralità di  sentire, di un impegno morale e civile. Dinanzi agli orrori  della guerra e all’occupazione nazista, con il piede straniero sopra il cuore, unica forma di opposizione assoluta diventa il silenzio della poesia, incapace di rivelare fino in fondo gli abissi dell’animo umano. La poesia è muta  perché è consapevole della sua inutilità e della sua impotenza. Ma la rinuncia apparente è anche l’estremo tentativo di rifiutare ogni consolazione, di non asservirsi al potere, di superare l’inerzia. Il poeta spettatore delle atrocità della guerra ha il compito di “rifondare” l’uomo, di non giustificare il male in nessun caso. La raccolta Giorno dopo giorno testimonierà il rifiuto di una poesia contemplativa e consolatoria e l’assunzione dell’impegno di solidarietà umana. La parola diventerà meno oscura, più concreta e ossessiva nella denuncia delle mostruosità della guerra e dei suoi artefici. 

Lascia una risposta