Il Nichilismo

Il nichilismo

Indica una concezione in cui tutto ciò che è viene negato o ridotto a nulla. Il primo impiego filosofico del termine si registra tra la fine del 1700 e gli inizi del 1800, nelle controversie che caratterizzano la nascita dell’idealismo tedesco. Nella Russia della seconda metà  del 1800, il nichilismo divenne la denominazione di un importante movimento di ribellione sociale. Lo scrittore Turgenev, nel personaggio di un suo romanzo (Padri e figli), incarna la figura dell’uomo ribelle che non crede in nulla e lotta con l’ordine inveterato e i vecchi principi dei padri. Egli è l’uomo “nuovo” che sa di dover passare sopra i frantumi delle credenze e dei valori tradizionali, per affermare il nuovo. I teorici  del nichilismo russo, tra cui Bakunin, si impegnarono in una rivolta dei “figli” contro i “padri”, contestando l’autorità e l’ordine esistente, specialmente i valori della religione, della metafisica e dell’estetica tradizionali, considerate illusioni che andavano dissolte. L’elaborazione letteraria più alta della problematica nichilista si ebbe con Dostoevskij, che mise in circolazione l’esperienza nichilista e insieme a Nietzsche la trasmise al Novecento. La teorizzazione principale del Nichilismo, infatti, viene elaborata da Nietzsche ed esercita una vasta influenza sul pensiero del 1900, soprattutto tedesco(Junger, Heidegger) ma anche francese ed  italiano. Dal punto di vista storico, a richiamare l’attenzione di Nietzsche sul fenomeno del nichilismo fu la circostanza degli attentati in Russia portati avanti dagli  oppositori del regime degli zar e il fatto che tutta l’Europa ne parlava. Gli attentati in Russia  portarono addirittura l’opinione pubblica ad equiparare nichilismo e terrorismo. Dal punto di vista filosofico ciò che spinse Nietzsche ad occuparsi intensamente  del fenomeno nichilista fu invece la lettura  che egli fece dei romanzi di Turgenev e di Dostoevskij. Il filosofo distingue allora diverse forme di nichilismo:

a) nichilismo incompleto : nel quale i vecchi valori vengono distrutti ma i nuovi vanno ad occupare lo stesso posto dei precedenti, cioè conservano un carattere assoluto, eterno, ideale, sovrasensibile. Pertanto rimane ancora operante una fede, un credo, un ideale assoluto, e si ha ancora bisogno di una “Verità”.

b) nichilismo vero e proprio: quello a cui evidentemente Nietzsche pensava, cioè quello per il quale con la distruzione dei valori vecchi, viene distrutto anche il mondo ideale, sovrasensibile che essi occupano.  Questo nichilismo può essere incapace di raggiungere dei fini perseguiti ( nichilismo passivo), oppure capace di  raggiungere questi fini attraverso una cresciuta potenza dello spirito ossia del pensiero (nichilismo attivo).

Nietzsche attacca il positivismo, lo stoicismo, che fa dell’uomo il risultato di un processo necessario ( Hgel dirà “Tutto ciò che è reale e razionale e tutto ciò che è razionale è reale). Per il filosofo la concezione di un cosmo razionale, governato da scopi ben precisi e retto da un Dio provvidente, personificazione di tutte le certezze dell’umanità, è soltanto una costruzione della nostra mente  per sopportare la durezza dell’esistenza. L’universo danza “sui piedi del caso” sia per Nietzsche come per  Schopenhauer  e per entrambi l’ateismo era qualcosa di indiscutibile, palpabile, dato in modo evidente, infatti per essi la stessa realtà caotica del mondo e niente affatto provvidenziale, confutava  l’idea di ogni  credo in un ipotetico Dio o in una qualsiasi prospettiva oltre-mondana. L’ateismo era pertanto la morte di tutte le certezze ultime e tutte le credenze elaborate attraverso millenni al fine di dare un senso e un ordine rassicurante alla vita.  Il presupposto di un mondo sdivinizzato, cioè inequivocabilmente ateo deriva da Schopenhauer, tuttavia  Nietzsche riflette anche sulle conseguenze prodotte da questo fatto decisivo. Nella storia dell’uomo, la morte di Dio, provoca smarrimento, senso  di vertigine proprio per l’assenza di punti di riferimento o valori assoluti ed eterni. Per reggere alla morte di Dio l’uomo per Nietzsche deve farsi oltre-uomo , pertanto la morte di Dio segna l’atto di nascita del superuomo , che finalmente progetta liberamente la propria esistenza  al di là di ogni struttura metafisica data . La morte di Dio coincide per Nietzsche con il tramonto definitivo del platonismo, metafisica per eccellenza. Lo stesso Cristianesimo per il filosofo tedesco è una metafisica per il popolo. Platone inventò l’dea di un mondo ultraterreno,  inteso come mondo vero, il quale fece in modo che il nostro mondo diventasse la copia negativa di un altro mondo; il Cristianesimo è molto affine al platonismo sotto questo aspetto. Per Nietzsche la negazione della filosofia platonica è la negazione di ogni prospettiva metafisico-dualistica. Non esiste un altro mondo al  di fuori di questo nel quale siamo immersi. Pertanto il nichilismo è  strettamente legato al tema della morte di Dio e della fine della metafisica.  Ma bisogna a questo punto aggiungere che Nietzsche dopo aver  vissuto fino in fondo il nichilismo, si sente in sostanza al di sopra di esso. In che modo? Proprio in virtù di quel nichilismo attivo di cui abbiamo detto sopra, infatti la mancanza di un fine ultimo, di una realtà trascendentale,  non significa “che nulla abbia  senso a questo mondo”. Il mondo , infatti, pur non avendo un fine ultimo, pur non essendo razionalità  totale,  ordinata o preordinata,  pur non avendo una verità assoluta che i metafisici gli attribuiscono, ha ciononostante un “senso”, un importanza, dei significati, esattamente quelli che noi gli diamo e che sono un prodotto della nostra  volontà di potenza del pensiero(  o spirito) . Quest’ultimo impone al mondo i propri fini di volta in volta e mai in maniera assoluta e definitiva, sempre in maniera libera, come libera istituzione di significati. L’uomo stesso deve diventare fonte di significati e di valori, egli deve accettare il rischio e la fatica di dare senso al caos del mondo superando in tal modo il nichilismo stesso.

Negli anni Cinquanta del nostro secolo tra Junger e Heidegger ebbe luogo un dibattito proprio sulla possibilità di un  superamento del nichilismo e ci sono state riflessioni  in tal senso anche da parte di pensatori esistenzialisti e contemporanei  fino ai nostri giorni:  ricordiamo Sartre, Camus, Bataille, Emile Cioran. Quest’ultimo oggi si slancia nei suoi scritti verso quella versione più pura di Dio che è per lui “il nulla”. Negli anni 1970-1980,  del resto, c’è stata in Italia una vera e propria fioritura della letteratura nichilista, nella quale è riconoscibile ancora una volta l’ esigenza di superamento del nichilismo, proprio come già in Nietzsche stesso . Il filosofo Vattimo, infatti, in questi ultimissimi anni  ha inteso valorizzare in senso positivo la potenzialità emancipativa del nichilismo. In che senso? Nel senso che esso potrebbe favorire la nostra libertà di pensiero o affrancarci da strutture di pensiero dogmatiche e cristallizzate da secoli.  

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