LA COSCIENZA DI ZENO

LA COSCIENZA DI ZENO

La forma romanzo è stata oggetto di indagine privilegiata della moderna teoria e sociologia della letteratura, le quali pur dando indicazione significative, tuttavia non sono riuscite a dare una definizione univoca del genere .

La causa è da indicare nel fatto che questo genere è in continuo divenire ed è adatto a cogliere i continui mutamenti in seno alla società e alla cultura e ad adeguarvisi. Secondo Lukacs il romanzo, tenta di riprodurre la “totalità” della realtà,così come anche l’epica, ma a differenza di quest’ultima , questo tentativo è destinato al fallimento, poiché nella società borghese, a partire dall’età moderna, profondo è il solco che separa l’individuo dalla società. Pertanto la crisi della società e della coscienza nell’età moderna e poi contemporanea, secondo quest’ottica lukacsiana , si rifletterebbero essenzialmente nel romanzo, come genere letterario caratterizzato dalla lotta dell’individuo nei confronti di una società che non accetta i suoi ideali e lo fa soccombere.

Bachtin da ulteriori indicazioni per delineare altre caratteristiche proprie del genere romanzesco che egli vede improntato su una visione relativistica della realtà, su una molteplicità di punti di vista che possono essere discussi, modificati o anche contestati. Questa polifonia e questa visione poliprospettica presenti nel romanzesco forse sono elementi interpretativi anche del romanzo sveviano e novecentesco in generale caratterizzato, quest’ ultimo, da una diversità di soluzioni strutturali e formali che ribadiscono ancora una visione “aperta” della realtà e la molteplicità di punti di vista e di prospettive. Nel romanzo di Svevo domina la logica dell’analisi, una visione non univoca della realtà per cui ogni cosa può rovesciarsi nel suo contrario. Caratteristica del personaggio protagonista è la sua ambiguità, la confusione, l’incertezza o la precarietà della sua condizione esistenziale che fanno capo ad una accettazione della casualità degli eventi.

Le strutture profonde, stilistiche e ideologiche,rispecchiano la visione aperta cui si è fatto riferimento,dunque una visione relativa e problematica del reale, in cui la verità non è data una volta per tutte, ma è oggetto di ricerca e si confronta con altre verità. Se nel romanzo ottocentesco c’era la necessità di dare un messaggio preciso, una verità e una rappresentazione di insieme della realtà, almeno come progetto, il romanzo del novecento, al contrario, segna la crisi di questa idea, la consapevolezza che non si può stare nel mondo e disporre di uno sguardo onnicomprensivo di esso. Lo sguardo non può essere che limitato, esprimere “l’incompiuto”, la mutevolezza, il provvisorio , l’autoironia. Naturalmente questo nuovo modo di vedere la realtà scaturisce da una serie di fattori nuovi di tipo economico, politico, culturale.

Negli ultimi decenni dell’ 800 e nei primi del ‘900 la diffusione del processo scientifico, l’ infittirsi di interessi economici e produttivi comportano l’ alterazione delle forme di vita tradizionali, l’uomo subisce un processo di alienazione e disumanizzazione, avverte sempre più l’estraneità ad un mondo che non gli appartiene. Pertanto come forma di reazione viene meno quell’ottimistica fiducia nella scienza, si afferma un antipositivismo che rifiutando la teoria della conoscibilità della realtà oggettiva, porta alla diffusione di tendenze irrazionalistiche ed individualistiche che, come sappiamo, condizionano il destino dell’Europa nel primo Novecento. A ciò bisogna aggiungere lo smantellamento delle leggi della fisica e della meccanica operato dalla teoria della relatività di Einstein e la nascita di quelle filosofie che lambiscono la filosofia Freudiana come il contingentismo di Boutroux, il volontarismo di Blondel e il relativismo di Sorel.

Svevo, letterato sui generis ed autodidatta, affida a scelte personali la sua formazione culturale ma è un uomo del suo tempo, che avverte in tutto il suo dramma il dissidio tra “letterato” e “società”. Egli è consapevole del declino di un’ età che era stata dominata dall’ ottimismo e dal razionalismo. Determinante è il suo incontro con Schopenauer che aveva demolito il razionalismo Hegeliano e respinta l’ ottimistica convinzione che questo fosse il migliore dei mondi possibili. Pertanto la realtà non appare più decodificabile entro strutture cognitive oggettive e il mondo sembra dominato da una volontà cieca e irrazionale dove i “valori” sono una sorta di autoinganno che l’uomo si costruisce per non vivere nel vuoto della “casualità” e dell’ “effimero”. Nei romanzi di Svevo e in modo particolare ne “La coscienza di Zeno”, costruito secondo la tecnica del narratore autodiegetico della focalizzazione interna, il protagonista vive una sorta di contraddizione latente che gli fa accettare, e al contempo, rifiutare interamente se stesso.

L'”inetto” afferma il carattere distintivo della sua personalità e non si piega al senso comune, ma è sempre in un rapporto di accettazione-rifiuto della realtà e dell’altro, non è un “lottatore” integrato nella società e tuttavia vorrebbe esserlo. “La coscienza di Zeno” è ,dunque, un romanzo policentrico, poliprospettico, capace di esprimere diverse verità,e una concezione della vita “aperta” a più possibilità e problematica. Svevo cominciò la stesura del romanzo negli anni immediatamente successivi al primo conflitto bellico e base fondante del testo narrativo si rivela la crisi della razionalità ottocentesca, già minata in ambito filosofico proprio dal pensiero di Schopenhauer e Nietzsche. La rivoluzione epistemologica effettuata da quest’ultimo, poi da Bergson e Freud, pone in questione proprio la nozione stessa di verità, che diventa relativa e problematica. Da un lato, infatti, cadono i parametri oggettivi che rendono conoscibile il mondo delle cose, dall’altro viene meno anche l’unità del soggetto pensante, la cui anima non si rivela più momento di sintesi, ma luogo della scissione, compresenza di verità opposte o di diverse personalità. Svevo, con un fondo di pessimismo nichilista, critica le certezze di una vita borghese, cui egli stesso partecipa con ironia, assenza di visioni totalizzanti, talvolta con distacco.

Di fondamentale importanza per lo scrittore triestino fu l’incontro con la psicoanalisi freudiana segnato , peraltro, da una sfiducia nel suo valore terapeutico ma dalla fiducia nella sua capacità di far emergere le contraddizioni. Lo scrittore infatti non nega l’importanza che la psicoanalisi può avere per la letteratura, così che nella “Coscienza di Zeno” la scrittura proietta, come in una immagine speculare, le lacerazioni di un animo inquieto che vive le contraddizioni e il disagio del proprio tempo. Il romanzo è preceduto da una prefazione a firma del dottore S., psicanalista di Zeno e primo narratore inattendibile,segue un preambolo in cui prende la parola lo stesso Zeno , altro narratore inattendibile. Il testo è suddiviso in sei capitoli ed e’ pervaso da una sottile ironia , da un distacco che insinua il sospetto di una sorta di falsificazione, di una non verità in molte parti della narrazione. Nella “Coscienza di Zeno” viene meno il narratore oggettivo dei primi romanzi (“Una vita”, “Senilità”) e la distanza tra l’io narrante e l’io narrato diventa impercettibile, anche se non manca un giudizio del narratore Zeno sulle varie vicende della realtà, giudizio che però e’ sempre ambiguo e problematico.

Le memorie di Zeno Cosini inoltre non sono organizzate secondo un criterio cronologico ma per temi, quasi a voler sottolineare la rottura del rapporto causa ed effetto nella narrazione degli eventi e la compresenza di momenti passati e presenti nella coscienza (Bergson e il tempo della coscienza inteso come “durata” e sovrapposizione di momenti). Nel romanzo la realtà è come filtrata attraverso lo sguardo deformante e onirico del protagonista, i suoi incubi e le sue allucinazioni, c’è inoltre la continua sovrapposizione di piani temporali per cui gli eventi nella memoria del personaggio perdono i loro contorni certi, il passato si modifica nel ricordo del presente e il presente nel ricordo del passato. “La coscienza di Zeno” è un’opera in cui non si rileva un messaggio preciso ed univoco, una determinata concezione del mondo e dell’uomo. Pertanto anche l’impianto narrativo tende ad assumere una forma contraddittoria, ironica ed antifrastica, essa diventa il resoconto di un nevrotico che mescola verità e bugie , rimuove forse in modo inconsapevole, aspetti dolorosi del proprio essere. La narrazione risulta, in tal modo, poliprospettica, policentrica, capace di esprimere verità talvolta contraddittorie. Il carattere aperto del romanzo è sottolineato anche dalla complessità insita nella stessa organizzazione del racconto che presenta i due narratori, Zeno e il dottor S., entrambi privi di una legittimazione certa e inattendibili.

Il frequente uso nella narrazione di una figura retorica come l’ossimoro, con l’accostamento di parole di senso opposto (si pensi ad espressioni di Zeno come “salute atroce” in riferimento alla “salute” borghese di Augusta), l’ironia e l’autoironia, rendono doppio e ambivalente il senso di ogni affermazione e problematico il senso complessivo del messaggio. Pertanto l’insicurezza dell’io narrante produce una serie di dubbi e di interrogazioni anche nel lettore che è incerto sulla prospettiva e visione del mondo del protagonista. Quest’ ultimo sembra non avere consistenza e omogeneità, la sua coscienza e la sua identità si dissolvono. Caratteristiche analoghe, ma piu’ esasperate ed inserite, peraltro, in una maggiore complessità di impianto narrativo, si possono riscontrare in un altro romanzo del ‘900, “Salto mortale” di Malerba. Anche in questo romanzo ogni ricerca della verità è destinato a rimanere disillusa, poichè nel racconto sono presenti prospettive diverse, altrettante visioni del mondo, compresenti nell’io sdoppiato, anzi “moltiplicato” dello stesso protagonista Giuseppe.

Zeno ripudia la sua esistenza abulica, di “inetto” e tuttavia in modo velato nei suoi lunghi monologhi interni sembra spesso rivalutare la sua “malattia”, quella sua “anormalità” che lo rende incapace a vivere alla maniera degli altri e ad integrarsi nel “sano” mondo borghese. L’inetto è incline al principio del piacere, ascolta i moti del suo animo e ha nostalgia di una vita autentica, laddove la morale borghese impone un principio di realtà repressivo e ipocrita, talvolta persino distruttivo. Ma Zeno ha, come egli stesso afferma , “un impetuoso conato al meglio”, un desiderio di una integrazione sociale, ma al tempo stesso irride le cose “piu’ serie”, “non è equilibrato, “non è sereno”, ” è distratto” e tende a superare ogni proibizione in una direzione che tuttavia non è ben definita né certa.

L’epilogo del romanzo lascia il lettore in una sorta di dilemma: Zeno era forse sano quand’era malato?Si ammala proprio quando sembra apparentemente guarito ed integrato in una società incosciente che si avvia alla catastrofe del primo conflitto mondiale? La parola di Zeno non è mai una parola semplice , che aderisce pienamente all’oggetto di cui è segno, ma è ambigua, “svisa cose e persone”, quasi offuscandole. In un saggio pubblicato nel 1974 il critico marxista Leone de Castris si sofferma sulla capacità di Svevo di analizzare le contraddizioni del suo tempo, l’irrazionalità insita nella stessa realtà del mondo borghese profondamente “malato”. E.Saccone nella impostazione psicoanalitica della sua critica rileva invece un’ unica realta’ cui il romanzo sveviano si riferirebbe, ossia un desiderio di autenticità, perennemente rinnovantesi e emergente dalla stessa struttura formale del testo. .

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