La vita

Italo Svevo, pseudonimo del triestino Ettore Schmitz, fu autore di alcune raccolte di racconti, in gran parte uscite postume (tra i quali: La novella del Buon Vecchio e della Bella Fanciulla, Vino generoso, Il Vecchione, Una burla riuscita e Corto viaggio sentimentale), di testi teatrali e di tre romanzi «maggiori»: Una vita (1892), Senilità (1898), La coscienza di Zeno (1923). Compiuti gli studi in Germania, visse a Trieste –allora appartenente all’Impero Austro-Ungarico- città intrisa di influssi etnici e culturali molto diversi tra loro. Gravi problemi economici e l’insuccesso della sua attività letteraria, lo costrinsero ad impiegarsi prima in banca, poi presso un’industria.
Dopo il discreto favore con cui la critica accolse l’uscita di Una vita, seguito dal «vuoto» che accompagnò la pubblicazione di Senilità, Svevo scrive di sé: «Questo romanzo non ottenne una sola parola di lode o di biasimo dalla nostra critica. Forse contribuì al suo insuccesso la veste alquanto dimessa in cui si presentò……Mi rassegnai al giudizio tanto unanime (non esiste un’unanimità più perfetta di quella del silenzio), e per venticinque anni m’astenni dallo scrivere. Se ci fu errore, fu errore mio.»

Ma in questi venticinque anni studia, scrive e non riesce ad eliminare dalla sua vita «quella ridicola e dannosa cosa che si chiama letteratura.» Nel 1903 prese lezioni da J. Joyce, il quale, più avanti contribuirà al successo di Svevo tessendone le lodi. Intanto, anche in Italia, grazie soprattutto a Eugenio Montale, intorno al 1925/26, lo scrittore viene finalmente «scoperto»: si parlò, in seguito, di un vero e proprio «caso Svevo». In Francia il pieno riconoscimento del suo valore letterario, avviene tramite i critici Valéry Larbaud e Benjamin Crémieux.

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