VENTO A TINDARI

VENTO A TINDARI

 

Tìndari, mite ti so

fra larghi colli pensile sull’acque

dell’isole dolci del dio,

oggi m’assali

e ti chini in cuore.

 

Salgo vertici aerei precipizi,

assorto al vento dei pini,

e la brigata che lieve m’accompagna

s’allontana nell’aria,

onda di suoni e amore,

e tu mi prendi

da cui male mi trassi

e paure d’ombre e di silenzi,

rifugi di dolcezze un tempo assidue

e morte l’anima.

 

A te ignota è la terra

ove ogni giorno affondo

e segrete sillabe nutro:

altra luce ti sfoglia sopra i vetri

nella veste notturna,

e gioia non mia riposa

sul tuo grembo.

 

Aspro è l’esilio,

e la ricerca che chiudevo in te

d’armonia oggi si muta

in ansia precoce di morire;

e ogni amore è schermo alla tristezza,

tacito passo nel buio

dove mi hai posto

amaro pane a rompere.

 

Tìndari serena torna;

soave amico mi desta

che mi sporga

nel cielo da una rupe

e io fingo timore a chi non sa

che vento profondo m’ha cercato.

 

ANALISI DEL TESTO

E’ il secondo documento della raccolta “Acqua e terre” del 1930,esso inaugura uno dei motivi tematici del primo Quasimodo ma non estraneo neppure alla produzione successiva: quello della evocazione della mitica Sicilia, Tindari è località siciliana splendida ed è evocata dall’ io lirico. Metricamente il testo si configura come una sequenza di cinque strofe eterometriche con libere associazioni di versi regolari appartenenti ai modelli della tradizione secondo le consuetudini della versificazione ermetica successiva al cosiddetto ritorno all’ordine che investi’ come è noto anche Ungaretti. Si tratta di versi quasi esclusivamente imparisillabi con escursioni ritmiche dal quinario all’endecasillabo. Si segnala la presenza al verso 8 di un endecasillabo ipermetro (dodici sillabe) riconducibile alla misura canonica con una sinafia tra i versi 7 e 8 secondo un uso inaugurato da Pascoli(la sinafia è una sinalefe tra un fine verso e un inizio verso).

Tra le figure metriche si segnala la dieresi al v.22 (“tuo”) e la sinalefe al verso 24 endecasillabo poiche’ e’ tronco e vale per undici sillabe.Al verso 27 oltre alla consueta sinalefe va segnalata la dialefe (“amore è”) garantita dalla presenza della vocale tonica.Il verso 30 e’ un settenario sdrucciolo mentre l’unica rima compare tra i versi 5 e 10 (“cuore-amore”), canonica. Tutto il componimento reca insistenti reiterazioni fonico e timbriche (tutti gli endecasillabi sono a maiore ossia hanno l’accento sulla sesta sillaba). Da notare la allitterazione al v.3 del fonema dentale d (dell’isola dolce del dio), del fonema m al verso 12 (male mi) , della sibilante s al verso 18. In questo testo sono riscontrabili alcuni tratti formali propri di quella che il critico Mengaldo ha definito la koinè ermetica, pervasiva di tutta la poetica ermetica successiva che tende ad un linguaggio vago ed allusivo; si veda ad esempio il sintagma “vertici aerei precipizi” dove l’aggettivo aerei definisce entrambi i sostantivi plurali privi di articolo che lo incorniciano al verso 6 e che determinano una immagine iperbolica. L’uso con funzione polisemica della preposizione “a” dotata di un volontario margine di indecifrabilita'(“assorto al vento dei pini” v.7 o “fingo timore a chi non sa”).

Il lessico si avvale di sostantivi astratti sempre privi di articoli che li determinino e per lo piu’ al plurale. Questa serie di scelte formali coopera a creare l’insistenza sul tema dominante della terra madre simbolo di autenticita’ e di armonia, richiamato al verso 22 dal lemma “grembo” posto in fine verso, a cui si contrappone l’aspro suono del verso 23. La contrapposizione tra il luogo dell’infanzia e la condizione disautentica dell’esilio viene resa attraverso sistemi semiotici antitetici : all’elevazione dell’incipit della strofa due “salgo” fa da contraltare “l’affondo “del verso17. *sintagma= porzione di testo dotata di una sua significazione semantica 

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