Lamento per il Sud

Lamento per il Sud

 

La luna rossa, il vento, il tuo colore

Di donna del Nord, la distesa di neve…

Il mio cuore è ormai su queste praterie

in queste acque annuvolate dalle nebbie.

Ho dimenticato il mare, la grave

conchiglia soffiata dai pastori siciliani,

le cantilene dei carri lungo le strade

dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie,

ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru

nell’aria dei verdi altipiani

per le terre e i fiumi della Lombardia.

Ma l’uomo grida dovunque la sorte di una patria.

Più nessuno mi porterà nel Sud.

Oh, il Sud è stanco di trascinare morti

In riva alle paludi di malaria,

è stanco di solitudine, stanco di catene,

è stanco nella sua bocca

delle bestemmie di tutte le razze

che hanno urlato morte con l’eco dei suoi pozzi

che hanno bevuto il sangue del suo cuore.

Per questo i suoi fanciulli tornano sui monti,

costringono i cavalli sotto coltri di stelle,

mangiano fiori d’acacia lungo le piste

nuovamente rosse, ancora rosse, ancora rosse.

Oiù nessuno mi porterà nel Sud.

E questa sera carica d’inverno

È ancora nostra, e qui ripeto a te

Il mio assurdo contrappunto

Di dolcezze e di furori,

un lamento d’amore senza amore.

 

Analisi del testo

La lirica appartiene alla seconda fase della produzione di Quasimodo e fu oggetto, come testimoniano le due stesure manoscritte che possediamo, di radicali rielaborazioni, uscì nella raccolta La vita non è un sogno del 1949.

Metricamente si configura come una sequenza di tre strofe eterometriche in versi sciolti di varia misura con sporadici endecasillabi canonici e con una prevalenza di versi che superano l’endecasillabo, ossia di grande ampiezza ritmica su cui avrà forse agito il modello del cosiddetto verso lungo di Whitman, a cui come è noto si ispirerà anche Pavese, per la metrica dei Mari del sud.

Questa apparente sordità alle ragioni del ritmo è però ampiamente compensata dal ricorso a procedimenti retorici e a scelte sintattico lessicali di tono magniloquente, con forte ricerca di effetti di pathos e con complessivo tono oratorio che si fa evidente soprattutto nel ricorso costante a parallellismi e ripetizioni. Si segnalano a livello macrostrutturale le anafore dei vv.5-9 e dei vv.19-20, a cui si aggiunge l’ossessiva iterazione del sintagma è stanco nei versi 14-18; l’identità degli explicit della prima e della seconda strofa e il collegamento di queste con efficace anadiplosi ( nel Sud/oh il Sus).

In questa tipologia di fenomeni rientra pure la triplice ripetizione di “rosse” al verso 24 e la geminatio di “amore” nell’ultimo verso che esibisce così un esplicito ossimoro, chiave figurale di tutto il componimento che si struttura sulla paradossale combinazione dei contrastanti moti sentimentali del poeta verso il Sud.

Questo tono oratorio, che si avvale anche di una radicale semplificazione del lessico in confronto al preziosismo e all’allusività analogica dei primi componimenti è la marca più evidente di un profondo rinnovamento del linguaggio e della poetica di Quasimodo. Dal microcosmo bloccato, astorico di una poesia tutta a combustione interna si passa ad una indubbia apertura verso la tematica civile e ad un ingresso della storia e addirittura della cronaca politica, evidente nella rappresentazione di conflitti, eccidi e agitazioni sociali e occupazioni di terre che sconvolsero il mezzogiorno italiano nell’immediato secondo dopoguerra.

L’apertura verso la tematica civile e il programmatico impegno dichiarati dal poeta in un intervento teorico del 1946 (Rifare l’uomo, questo è l’impegno ), saranno stati determinati anche dai rapporti con il cognato E.Vittorini, autorevole ed originale interprete del Neorealismo e dalla coeva esperienza di traduttore del poeta cileno Pablo Neruda.

I commossi canti politici di neruda, ricchi di toni oratori e di commossa partecipazione sentimentale, hanno sicuramente costituito un ipotesto attivo nella genesi della nuova produzione di Quasimodo. Inoltre il Sud cileno e tormentato di Neruda può equivalere, nella fantasia poetica, alla Sicilia di cui si colgono ora, oltre il mito, la storia problematica e il rapporto con la contemporaneità.

La nuova maniera di Quasimodo “non è stato un tradimento” del linguaggio originario, del quale permangono molti tratti , infatti resta evidente a livello formale, il gusto per la metafora e l’analogia, come mostra in questo componimento l’ossessivo richiamo al colore rosso delle piste ( metafora del sangue) e il ricorso a tecniche proprie dell’allusività e dell’indeterminatezza con l’utilizzo dei puntini sospensivi. A livello tematico devono essere letti in questa direzione di permanenza dei tratti della prima produzione, il ricorrere di compiaciuti cromatismi mediterranei e di allusioni mitico simboliche; si veda in Lamento per il Sud il riferimento alla pesante conchiglia di cui si servono i pastori siciliani come di uno strumento musicale che si carica di valori connotativi sottolineati anche dal forte enjambement grave/conchiglia o l’immagine del carrubo tremante tra il fumo delle stoppie o anche il sintagma .

In sostanza l’epicità e la tragicità della seconda stagione non annullano, anzi recuperano il preesistente lirismo convertendolo ad una funzione altra, storicizzandolo e sottraendolo all’astrazione ermetica iniziale.

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