Natale

Natale

Non ho voglia

di tuffarmi

in un gomitolo

di strade

 

Ho tanta

stanchezza

sulle spalle

 

Lasciatemi così

come una

cosa

posata

in un

angolo

e dimenticata

 

Qui

non si sente

altro

che il caldo buono

 

Sto

con le quattro

capriole

di fumo

del focolare

Il testo che compare nella raccolta ungarettiana dell’” Allegria” nasce , come indicano gli elementi paratestuali, durante una licenza legata alle festività natalizie. Il poeta si abbandona alla protettiva serenità della casa amichevole che lo accoglie, rifiutando un implicito invito ad uscire.

Metricamente, conformemente agli usi del primo ungaretti, “Il Natale” si configura come una sequenza di cinque strofe eterometriche, con numeri e misure di versi differenri. Si oscilla tra strfe di sette e strofe di tre versi con una escursione ritmica che va dall’eccezionale monosillabo all’inconsueto settenario tronco. Il verso tradizionale della metrica italiana viene dunque disgregato in versicoli che frantumano il discorso in una serie di monadi verbali sillabate, che si presentano come allucinate ed espressionisticamente attonite interiezioni liriche. Sembra adattarsi perfettamente a questo testo la preziosa e raffinata osservazione di Contini, secondo la quale in Ungaretti il discorso nasce successivamente alla parola. Questa metrica franta impone dignità versale anche a parole vuote che appaiono così fortemente risemantizzate con forte incremento del loro spessore connotativo: si pensi al verso 12 costituito da una preposizione semplice e da un articolo indeterminativo, o al verso15 esaurito nel monosillabico avverbio temporale qui, o ancora al fortemente evocativo pronome indefinito altro del verso 17.

Particolarmente ricca è la tessitura fonica di questo componimento che stabilisce equivalenze e parallelismi sul piano del significante gravidi di successive reinterpretazioni semantiche. Le prime due strofe sono legate da una forte assonanza (strAdE/ spAllE) e andrà qui soprattutto notata la forte antitesi tra gli incipit non ho/ ho. Ricchi procedimenti allitterativi investono anche la seconda strofa (TANta/ sTANchezza, suLLE/ spaLLE) e la terza COsì/Come/Cosa/pOSAta) i cui fonemi dell’iperonimo “cosa” appaiono disseminati nel materiale verbale circostante, in cui si registra l’unica rima della poesia (posata/dimenticata), non a caso però una rima desinenziale , particolarmente facile.

Nella quarta strofa c’è l’assonanza AltrO-cAldO, ripresa nella strofa seguente da quAttrO.

Nell’ultima strofa il preziosismo fonico si colloca nella parte finale con la forte all’itterazione degli ultimi due versi Di FumO –Del Focolare. Di forte valore fonosimbolico è pure la calcolata disposizione degli ictus tra i versi13-14, in cui tra l’accento di prima posizione dello sdrucciolo àngolo e l’accento di quinta del verso successivo si incastonano sei sillabe atone, quasi a suggerire che anche l’appoggio della voce sia stato brevemente dimenticato.

Attraverso questi accorgimenti ritmico-prosodici, anche il lessico elementare, quasi colloquiale ed infantile ( si pensi agli iperonomi “cosa” del verso 10 e “si sente” del verso 16 e soprattutto alla sostantivizzazione dell’aggettivo “caldo” del verso 18) viene dotato di una preziosità e profondità altra e viene coinvolto in un processo di intensificazione della significazione che riguarda, in modi assai più pertinenti che nella versificazione tradizionale, anche pause di silenzio e spazi bianchi, marcati e resi ancor più polivalenti, qui come altrove nell’”Allegria”, dall’apollinairiana assenza di punteggiatura.

Omologamente a queste scelte formali di valorizzazione del silenzio, anche l’aspetto semantico del testo si regge su una grande omissione, quella della disumana condizione della guerra in trincea, a cui però, si allude costantemente e prepotentemente. L’immagine di quiete e di passività, sottolineata anche da verbi indicanti stasi( lasciatemi, posata sto) richiama per contrasto la spiacevole condizione del fronte e l’inevitabile frenetica azione a cui si è sottoposti.

La tematica della guerra che attraversa pervasivamente tutta la prima produzione ungarettiana compare dunque anche in questo testo e vi compare anche più prepotentemente quanto più è esplicitamente taciuta. Il monosillabo “qui2 richiama per evidente contrasto un “la” del fronte, completamente diverso. La tensione verso la quiete evidente in questo testo si inscrive ovviamente in una temporalità senza durata. Il tempo ristagna nella immobilità, in un presente acronico, a cui ogni diarismo è sottratto e in cui ogni sviluppo logico temporale viene annientato.

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