La capra

La capra

 

Ho parlato a una capra.

Era sola sul prato, era legata.

Sazia d’erba, bagnata

dalla pioggia, belava.

 

Quell’uguale belato era fraterno

al mio dolore. Ed io risposi, prima

per celia, poi perche’ il dolore è eterno,

ha una voce e non varia.

Questa voce sentiva

gemere in una capra solitaria.

 

In una capra dal viso semita

Sentiva querelarsi ogni altro male,

ogni altra vita..

 

Da “Casa e campagna”, 1909-1910, U. Saba.

Analisi del testo

 

 

Il testo fu edito per la prima volta nel 1912 nella raccolta Con i miei occhi dove apre una piccola sezione di tre testi intitolati ad altrettanti animali ( La capra, Il maiale, La gatta ). A partire dal Canzoniere 1921 fa parte della sezione Casa e campagna.

 

Metricamente si configura come una sequenza di tre strofe di settenari ed endecasillabi ( tranne l’ultimo verso, quinario) liberamente disposti e raggruppati. Nel testo si rileva una fitta trama di rime e assonanze, mentre solo il verso 2 risulta irrelato assolutizzando e sottraendo ad ogni compensazione musicale la parola chiave in punta di verso male .

 

Nella prima strofa, infatti, tutti i versi sono legati fra loro da rima perfetta o assonanza; nella seconda si trovano due rime e una assonanza, che si prolunga nella terza strofa (vv.11-13). Inoltre a garantire gli stretti legami tra le sezioni del testo contribuiscono due anadiplosi differite che collegano ciascuna strofa alla precedente( vv.4-5 belava//belato; vv.10-11 in una capra solitaria//in una capra).tutta la lirica si struttura su insistite reiterazioni che appaiono il corrispettivo formale dell’eguale belato, allegoria dell’insistito dolore dell’uomo: il sostantivo capra viene ripetutoai versi 1, 10, 11; era è geminato al verso 2; dolore compare al verso 6 e 7; voce ai versi 8 e 9; ed infine il sintagma altro/a ai versi12 e 13, con poliptoto dell’aggettivo indefinito. Anche il tessuto fonico del testo è percorso da un insistito gioco di allitterazioni e di annominatio: parlato, capra , prato, erba, bagnata,belava, voce, varia, sentiva,, viso, semita, sentiva, vita.

 

La struttura linguistica del testo pur avvalendosi di un registro colloquiale, ricorre a scelte foniche morfologiche e sintattiche chiaramente arcaicizzanti, con rimandi al linguaggio classicheggiante leopardiano o manzoniano, e come afferma Mengaldo, di epicizzazione del quotidiano, in questa direzione vanno letti l’arcaico e leopardiano , l’uso etimologico della prima persona dell’imperfetto ed il ricorso all’iperbato nei versi 9 e 10 con anteposizione e conseguente messa in rilievo dell’oggetto questa voce. Non sono assenti neppure elementi di novità, che si inscrivono nell’ottica della lirica novecentesca, con la riproposizione di parole comuni caricate di nuove valenze semantiche. L’incipit fortemente straniante, quasi favoloso, mette immediatamente in atto il processo di umanizzazione dell’animale rivelando così, dietro l’attenzione verso i dati reali, l’intenzione simbolica del poeta.

 

Il tema del componimento, infatti, è quello della pervasività del dolore concepito leopardianamente come destino comune a tutti gli esseri viventi. Un dolore che appare soprattutto nella sua dimensione di tedio, di noia, di condizione eterna a cui è impossibile sottrarsi. A tale condizione rinviano infatti il sazia d’erba del verso 3, il belato uguale del v.5, la voce una e non varia del v.8.

Il dolore, infatti, è anche elemento di affinità tra gli esseri animati; la situazione ricorda vagamente l’apostrofe del pastore nel leopardiano Canto notturno di un pastore errante dell’Asia ma la denuncia della universalità del dolore si carica di una più esplicita connotazione storica. Il riferimento alla capra semita, infatti, nonostante le interpretazioni attenuate dell’autore, rinvia inevitabilmente alla condizione e alla vicenda del popolo ebraico, sottoposto a crudeli persecuzioni già prima della tragedia nazifascista.

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