Città vecchia

Città vecchia

(Trieste e una donna)

Spesso, per ritornare alla mia casa

prendo un’oscura via di città vecchia.

Giallo in qualche pozzanghera si specchia

Qualche fanale, e affollata è la strada.

Qui tra la gente che viene che va

dall’osteria alla casa o al lupanare,

dove son merci ed uomini il detrito

di un gran porto di mare,

io ritrovo, passando, l’infinito

nell’umanità.

Qui prostituta e mariaio, il vecchio

che bestemmia, la femmina che bega,

il dragone che siede alla bottega

del friggitore,

la tumultuante giovane impazzita

d’amore,

sono tutte creature della vita

e del dolore;

s’agita in esse, come in me, il Signore.

Qui degli umili sento in compagnia

il mio pensiero farsi

più puro dove più turpe è la via.

 

La lirica è tratta dalla raccolta di poesie “Con i miei occhi” che prenderà il titolo ” Trieste e una donna” per far parte nel 1910 del “Canzoniere”.

“Città vecchia” e “Trieste” costituiscono quasi un dittico. Nella prima si celebra la folla che popola la città, nella seconda la città stessa.

Il poeta con una sorta di visione filmica accende lo sguardo prima sull’ oscura via di città vecchia, poi su una strada, sul porto e sulla gente tutta , ne deriva la percezione esistenziale di un dolore comune.

Il testo è suddiviso in tre strofe : la prima è costituita di una quartina di endecasillabi con schema metrico ABBA e rime assonantiche.; segue una strofa lunga di endecasillabi alternati da quinari e ternari.L’ultima strofa presenta due versi endecasillabi frammezzati da un settenario.

Con la prima strofa il poeta si cala tra la folla del centro storico della città che dà l’immagine di un centro brulicante di vita. Dalla seconda strofa si rilevano personaggi comuni che animano le strade della città e creano scenette di vita di quartiere, assumendo al contempo forte pregnanza semantica: sono creature della vita e del dolore. Tali creature sono espressioni autentiche di vita , in cui il dolore non annulla la tensione a vivere e ad agire. Ogni personaggio è simbolo della condizione umana e in accordo con il critico Mengaldo potremmo dire che in saba l’esperienza individuale è archetipo dell’esperienza umana. I personaggi quotidiani e veri del testo diventano spunto di l’indagine, oggetti di una poesia intesa come strumento per esprimere “onestamente” la verità della vita. Il poeta accomuna merci e uomini sotto l’unica voce ” detrito” e dando ad esso una valenza meno negativa rispetto a quanto farà Sbarbaro o Montale successivamente. Gli aggettivi puro e turpe apparentemente in ossimoro esprimono invece l’approdo ad una concezione più semplice e profonda della vita, più naturale ed essenziale: pura è la verità che Saba ha trovato nel “turpe” o nell’istintuale della vita al di là dell’ipocrisia borghese e della repressione che questa comporta.

Il lessico è realistico ( lupanare, prostituta, bestemmia) ma la durezza espressiva si stempera nell’uso accorto della rima e nell’approdo ad una religiosità semplice e quasi manzoniana. Nella rima lupanare/mare, con una totale fusione tra significante e significato, la forza del primo termine si perde e si allarga nelle parola “mare”, così sul piano dei significati, l’ asprezza esistenziale quasi si stempera in un affondo di tipo leopardiano e classicheggiante, in un lessema (mare) che è anche metafora di una pacificazione interiore e una accettazione totale della vita.

Lascia una risposta