NON RECIDERE FORBICE

NON RECIDERE FORBICE

Non recidere, forbice, quel volto,

solo nella memoria che si sfolla,

non far del suo grande viso in ascolto

la mia nebbia di sempre.

 

Un freddo cala…Duro il colpo svetta.

E l’acacia ferita da sé scrolla

il guscio di cicala

nella prima belletta di Novembre

da Le Occasioni

 

Il testo risale nella sua prima inedita redazione al novembre del 1937, ma comparve poi nelle Occasioni, nella sezione dei Mottetti, uno dei momenti più squisiti dell’ars poetica montaliana, con punte 8 in stretta emulazione del linguaggio musicale) di autentico virtuosismo formale. Anche questo componimento, come la quasi totalità dei mottetti, si presenta scandito in due tempi percorsi da fitte corrispondenze semantiche e fonico timbriche.

Si tratta infatti di due quartine di tre endecasillabi e un settenario impreziosite da numerosi artifici fonici. Si segnalano le rime volto- ascolto (v1 e v 3) in assonanza con colpo (v 5) e le rime sfolla- scrolla(v2 e v 6), inoltre la quasi rima di matrice dannunziana sempre- Novembre (v 4 e v 6) , infine le rime al mezzo cala-cigola (v5 e v 7) e svetta belletta (v5 ev 8). Da notare le assonanze e gli artifici ritmici messi in campo come l’endecasillabo iniziale, dove compare una doppia parola sdrucciola con accento di terza e sesta impreziosito da legame fonico ( recidere, forbice); l’enjambement tra i vv.1 e 2 con uno stacco marcato anche dalla virgola; il forte valore fonosimbolico della cesura al verso 5 con endecasillabo a minore, marcato anche dai puntini sospensivi.

La prima quartina si apre su una formula deprecativa che contrassegna spesso gli incipit di Montale ( non recidere, non chiederci la parola, non m’abbandonare mia tristezza, non rifugiarti nell’ombra) e svolge il motivo tipicamente montaliano della labilità del ricordo che non riesce in questo caso a custodire l’immagine della donna amata, sospinta nella oscura nebbia dell’oblio. La seconda quartina di tono completamente diverso, tutto descrittivo in terza persona, presenta sia pure ellitticamente l’oggetto- emblema, il correlativo oggettivo dell’accetta del giardiniere che recide l’acacia, determinando la caduta dello scheletro della cicala ormai privata del canto nella fanghiglia di novembre.

Tra i due tempi del testo si instaurano tuttavia molteplici corrispondenze tematiche rafforzate dai richiami fonici che si sono segnalati prima. Alla memoria- coscienza corrisponde l’acacia, al volto, i cui lineamenti si dileguano nell’oblio, fa riscontro il ramo reciso ed il guscio della cicala, mentre la nebbia è richiamata dal fango. L’isotopia che garantisce la coesione semantica del testo è però affidata al gelo della lama ( forbice- accetta). Questa è presentata nella prima quartina con un chiaro uso metaforico con rinvio al mito ( le forbici della Parca che interrompono il tempo). In entrambe le strofe è caratteristica l’atonia vitale del soggetto privato di ogni volontà e completamente agito dagli oggetti ( nebbia, oblio o accetta). Le equivalenze tra le due strofe sono ravvisabili nel raffinato gioco di riprese intertestuali dalla Commedia dantesca. La metafora delle forbici del tempo nell’incipit del componimento potrebbe derivare da Paradiso XVI 9, mentre l’explicit presenta un altro evidente lessema dantesco belletta ( in cui avrà agito il ricordo di un madrigale dannunziano ” Nella belletta” tratto dall’Alcyone) prelevato dall’Inferno VII 124 ( or ci attristiam nella belletta negra) , canto particolarmente fecondo nella memoria montaliana che aveva già agito in Ossi di seppia ( Spesso il male di vivere).

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