NON CHIEDERCI LA PAROLA

NON CHIEDERCI LA PAROLA

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato

l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco

lo dichiari e risplenda come un croco

perduto in mezzo a un polveroso prato.

 

Ah l’uomo che se ne va sicuro,

agli altri ed a se stesso amico,

e l’ombra sua non cura che la canicola

stampa sopra uno scalcinato muro!

 

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,

sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.

Codesto solo oggi possiamo dirti,

ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

ANALISI DEL TESTO.

La lirica appartiene alla sezione “Ossi di seppia”, che dà il nome alla raccolta omonima del 1925 nella quale confluiscono varie tendenze poetiche, spinte contrastanti come il simbolismo francese ed italiano, il vocianesimo, la poetica di Sbarbaro, la lezione del “Baretti” e della “Ronda”. Il testo è una sequenza di tre quartine di vario metro (endecasillabi sono i versi 3,4,8,11,12, i versi 2 e 10 sono martelliani o doppi settenari) con rime incrociate nelle prime due quartine e baciate nell’ultima. Si segnala una rima ipermetra al verso 7 (“canicola”) in cui la sillaba finale eccedente non viene computata.

L’incipit del testo è una sorta di dichiarazione di poetica che segna il momento di passaggio antitetico da una poesia “piena”, propositiva, di carducciana o dannunziana memoria, ad una poesia della negatività, dell’impotenza di una condizione umana contrassegnata dall’aridità e dalla lacerazione. La lirica è volta alla negazione dell’inganno di facili scelte ideologiche e stilistiche, all’ abbandono della poetica delle sensazioni e della musicalità, ad una scrittura che si condensa in immagini-metafore con una loro oggettività emblematica.

Il testo presenta una serie di negatività insistite ai versi 1, 9, 12 (“non chiederci…non domandarci…non siamo…non vogliamo”), di asprezza di suoni e consonanti doppie (“squadri”, “informe”, “lettere”, “mezzo” ecc.) con una sintesi negativa e fulminante al verso 12, con iterazione del “non” che connota il testo di una valenza nichilista e induce il critico Mengaldo a far riferimento a Leopardi. Da notare le allitterazioni del fonema “r” ai versi 1 e 2, del fonema labiale “p” al verso 4, e dell’insistita allitterazione della sibilante “s” ai versi 8 e 10 (“stampa”, “sopra”, “scalcinato”; “storta sillaba secca”, ecc.) ; ricca è anche la struttura fonica della seconda strofa per l’allitterazione al verso 7 (“non cura che la canicola”). La “parola” al verso 1 indica metonimicamente un discorso che non può più essere comunicativo e rivelatore. Al discorso che “squadra da ogni lato” e “dichiara a lettere di fuoco” o risplende come “croco” (vv 1-3) si contrappone la parola “ormai informe”, arida e contorta, immagine speculare di una condizione esistenziale. La serie di enjambement nei primi tre versi sottolinea una frammentarietà sintattica, metafora ed emblema di una frammentarietà e scissione dell’ Io lirico. La dimensione interiore è quella della privazione e dell’insicurezza (“Ah l’uomo che se ne va sicuro”,v 5), di un rapporto lacerato col mondo e con se stesso. Il periodo nominale al verso 5 indica un atteggiamento ambivalente nei riguardi dell’uomo comune, che il poeta invidia e al tempo stesso non stima o disprezza (“e l’ombra sua non cura che la canicola/stampa…” vv 7-8).

Il riferimento ad uno scenario implicitamente cittadino (“muro scalcinato” v.8) rimanda ad un paesaggio squallido e disumanizzante. Il “muro” rinvia al “prato polveroso” del v.4 , entrambi immagini-metafore, isotopi di una realtà cittadina e periferica innaturale e arida (la “canicola” al v.7 accresce il senso di aridità del paesaggio urbano); il “polveroso prato” rimanda altresì ad immagini care ai poeti crepuscolari. L’explicit del componimento si caratterizza ancora una volta per l’insistita reiterazione dei suoni aspri come le doppie e gli scontri consonantici “arc” e “apr” (“domandarci”, “aprirti”, “dirti” vv.9-11 ) che rinviano , come altrove nella lirica montaliana, all’asprezza di suoni danteschi. Il v.9 riprende ed integra semanticamente il v.1, la “formula” richiama infatti la “parola” dell’ incipit , metonimia di un miracolo impossibile, di una rivelazione illusoria che possa dare verità o svelare mondi diversi, metafora di una felicità primigenia, irrecuperabile e persa. La disarmonia di una condizione di separatezza tra l’uomo e la realtà, la perdita di una identità può essere ricostruita unicamente attraverso “storte sillabe e secche come un ramo” v.10, contrapposto quest’ultimo al “croco” lussureggiante del v.3. Il finale sentenzioso al v.11 con prolessi del dimostrativo, anticipa le soluzioni della successiva raccolta “Le occasioni” ed esprime con una sorta di climax la “non-rivelazione”, l’ossimoro di una “non-verità” da rivelare (“Codesto solo oggi possiamo dirti/ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, vv.11-12).

I due versi conclusivi sanciscono pertanto una soluzione nichilista che nega ogni affermazione seppure in modo provvisorio (“oggi”, v.11). La lirica delinea dunque un implicito percorso, il passaggio da una condizione di felicità e beatitudine panica (l’ “osso di seppia” è immagine marina che rimanda all’ipotesto dannunziano dell’ “Alcyone”), ad una nuova condizione di sostanziale aridità in cui si fa strada il rapporto conflittuale e problematico con la realtà e la storia, ma anche la necessità di svelare ed accettare, senza mistificazione, la negatività della condizione. 

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