VARVARA ALEXANDROVNA

VARVARA ALEXANDROVNA

 

Un ramo arido di betulla batte

con dentro il verde su una finestra a vortice

di Mosca. Di notte la Siberia stacca il suo vento

lucente sul vetro di schiuma, una trama

di corde astratte nella mente. Sono malato:

sono io che posso morire da un minuto all’altro;

proprio io, Varvara Alexandrovna, che giri

per le stanze del Botkin con le scarpette di feltro

e gli occhi frettolosi, infermiera della sorte.

Non ho paura della morte

come non ho avuto timore della vita.

O penso che sia un altro qui disteso.

Forse se non ricordo amore, pietà, la terra

che sgretola la natura inseparabile, il livido

suono della solitudine, posso cadere dalla vita.

Scotta la tua mano notturna, Varvara

Alexandrovna; sono le dita di mia madre

che stringono per lasciare lunga pace

sotto la violenza. Sei la Russia umana

del tempo di Tolstoj o di Majakovskij,

sei la Russia, non un paesaggio di neve

riflesso in uno specchio d’ospedale

sei una moltitudine di mani che cercano altre mani.

 

 

ANALISI DEL TESTO

Il componiomento tratto dalla raccolta “Dare e avere” presenta da un punto di vista metrico una maggioranza di versi ipermetri con tre soli endecasillabi. La negazione della metrica tradizionale e l’assenza di una marcata ritmicità dotano il testo di un andamento prosastico accentuato dalla frequenza degli enjambement.Se da un punto di vista metrico , dunque, le scelte paiono coerenti con la cosiddetta “svolta” di Q.(1966), merita di essere sottolineata la permanenza di tratti formali tipici del linguaggio ermetico quali: il ricorso ad analogie e metafore ardite, sinestesie.

Il testo nasce da una occasione concreta:l’infarto che ha colpito il poeta durante il suo viaggio in Russia e il ricovero in un ospedale moscovita. L’elemento paratestuale con effetto straniante pone in primo piano un dato anagrafico, che, pur nella sua burocratica essenzialità, si carica alla luce della successiva lettura di forti valori connotativi. Del resto il titolo apre una serie metonimica che viene decodificata solo in conclusione del componimento. Dopo Varvara Alexandrovna alla Russia si allude attraverso il ramo arido di betulla, la citazione di Mosca e della Siberia, le stanze del Botkin. Un inverso processo investe Varvara che subito nominata, viene poi rappresentata attraverso gesti e particolari che alludono al suo ruolo ( scarpette di feltro, occhi frettolosi, mano notturna). Benchè non tutte le allusioni presenti nel testo siano chiaramente decodificabili, il senso complessivo appare tuttavia evidente. Il poeta ha incontrato la morte,la confusione degli ultimi istanti(si vede la trama delle corde astratte nella mente) ma è riuscito a superare la paralisi del terrore (“non ho paura della morte”), la dissociazione da sé (“penso che sia un altro qui disteso”) atraverso l’incontro con le umanissime mani dell’infermiera Varvara.

L’explicit si incarica di universalizzare le mani dell’infermiera, ulteriore metonimia per “una moltitudini di mani che cercano altre mani”, metafora della umana solidarietà e fratellanza, tema caratteristico anche dell’Ungaretti dell'”Allegria”. Non si puo’ escludere ,benche’ non siamo a conoscenza di conferme documentarie, una lettura che valorizzi l’opposizione tra “la Russia umana” rappresentata dalla solidarietà degli individui , dalla personalita’ degli intellettuali esplicitamente nominati e l’anonimo grigiore del regime sovietico. Questa interpretazione potrebbe essere avvalorata dalla circolarità del testo : nell’incipit del “ramo arido di betulle” si scorge il verde, canonicamente simbolo della vita e della speranza; nell’explicit, la Russia non è piu’ solo “un paesaggio di neve riflesso in uno specchio di ospedale” ma grazie a Varvara “la moltitudini di mani che cercano altre mani. 

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